A distanza di quasi un anno dalla sua elezione, e trascurando il fatto che abbia più volte maldestramente messo in ridicolo la nostra città, è ora di fare qualche considerazione sulle politiche amministrative della nuova Giunta cittadina.

Nel prossimo Consiglio comunale di mercoledì 26 febbraio, all’ordine del giorno viene riproposta l’approvazione del Regolamento di Polizia Urbana, già calendarizzata dalla giunta Corradino nella seduta dello scorso novembre e naufragata per vizio procedurale: e questo è solo un esempio, ormai abituale a Biella, di improvvisazione amministrativa funzionale agli slogan cari alla maggioranza, ma non alla Città.

Nella costante campagna elettorale di Salvini e soci l’ossessione per la sicurezza è sempre stata al centro. Ma, sul tema, è difficile passare dalle parole ai fatti in territori come il nostro in cui i massimi rappresentanti delle forze dell’ordine spiegano da tempo che, dati alla mano, quella di Biella è una delle province più tranquille d’Italia. Da qui l’urgenza, della nostra amministrazione a trazione leghista, di mostrare la sua personale sensibilità all’impronta securitaria presentando un regolamento composto da 53 articoli, frutto di dissennato e compulsivo copia incolla online. Che non si sia poi andati al voto per vizi procedurali che già da sé denunciano l’approssimazione di questa Amministrazione, è ormai cronaca. Con il Sindaco che concludeva così: «La prossima volta arriverà peggiorativo: 15 giorni e vi mandiamo a casa!». Sono passati tre mesi.

Tre mesi in cui la Commissione consiliare competente ha lavorato sul Regolamento di Polizia urbana, correttamente, per arrivare al testo che si discuterà mercoledì in Consiglio. Su questa bozza di Regolamento, il Circolo cittadino del Partito Democratico solleva alcune questioni che vorrei rendere evidenti.

Il metodo per costruirlo è stato un errore: un Regolamento di Polizia urbana, incidendo sulla quotidianità della vita cittadina, non può essere liquidato senza un confronto organico e serio con le rappresentanze in Consiglio comunale, con le forze sociali e con i cittadini disponibili a farlo. Il testo finale – comunque emendabile – nato dal confronto con le opposizioni, ha perso per strada un terzo delle norme pensate all’inizio dalla maggioranza sia su temi pesanti (il consumo di bevande alcoliche, il contrasto alla prostituzione, la responsabilità dei titolari di pubblici esercizi sulla pulizia e l’ordine del territorio, il gioco dei bambini), sia su questioni regolate da altre normative (le attività rumorose, il giardinaggio, l’emissione di gas, la polvere, gli scarichi, lo sgombero della neve) e su cose inutili (la caduta di liquidi dai balconi, l’uso di strumenti musicali, i flipper all’esterno dei locali, gli addobbi e i festoni, le vendite per beneficenza, il campeggio libero). Se a novembre si fosse approvato quel testo, oggi la Città non sarebbe più “sicura”, ma si troverebbe a confrontarsi con un vespaio di norme, divieti e regole buoni solo ad aumentare la conflittualità formale, tra persone e istituzioni, e a indebolire la coesione sociale, ad aumentare la burocrazia e il carico di lavoro degli uffici preposti.

La sovrapposizione ambigua tra sicurezza e decoro: era evidente come fin dall’inizio il vero motivo per rivedere il Regolamento di Polizia urbana fosse l’introduzione del “daspo urbano” tanto sbandierato in campagna elettorale. Una misura repressiva che in sostanza consta di una sanzione e l’allontanamento da una determinata zona per due giorni o per un massimo di due anni in caso di reiterazione dei comportamenti sanzionabili. Peraltro applicabile a macchia di leopardo sulla città, ponendone assurdi limiti territoriali. Ricordiamo che la prevenzione e il contrasto alla criminalità diffusa, la promozione e il controllo del rispetto della legalità sono azioni poste in essere dalle forze dell’ordine, con risultati che i dati confermano soddisfacenti e con un investimento di risorse e strategie che non deve venire meno. Ma non è possibile confondere la repressione dei reati con la gestione di fenomeni quali l’ubriachezza, l’accattonaggio, l’uso degli spazi pubblici, la vendita abusiva ambulante. L’allontanamento – perché il Daspo urbano è di fatto questo – è una scorciatoia illusoria.

La percezione della sicurezza: i reati diminuiscono, ma non altrettanto la percezione di sicurezza da parte dei cittadini. Non ci addentriamo nell’analisi delle cause, ma non possiamo nasconderci che le “politiche del rancore” hanno a che fare con tante dimensioni del vivere quotidiano: dalla crisi economica, all’incertezza del futuro, alla qualità della vita di relazione, alla ricchezza o meno del tessuto sociale che non si affrontano solo con l’aumento di telecamere e pattuglie sul territorio. L’Amministrazione ha invece il dovere di sostenere la coesione tra i cittadini e nei quartieri, di promuovere politiche di socializzazione e conoscenza reciproca, qualificare l’ambiente urbano i servizi scolastici e sociali che vi operano, costruire una cultura di prossimità e via di questo passo.

Ma oggi a Biella c’è una possibilità in più, nata dalla volontà di tutto il Consiglio comunale della precedente legislatura: la creazione dei nuovi Consigli di quartiere entro l’estate. Questo sarà un ulteriore banco di prova per verificare le capacità di risposta della politica amministrativa ai bisogni delle persone, a cominciare dal come si metterà mano alla creazione di questi “luoghi”.

In allegato trovate qui in fondo le aree in cui il daspo “verrebbe applicato” e l’audio in cui il Sindaco Corradino “minaccia” che in 15 giorni il regolamento sarebbe tornato “ancora più duro”. C’è da dire che sono stati 15 giorni molto lunghi.

Daspo Urbano Biella

Enrico Zegna

Segretario Circolo Pd Biella

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